L’industria non è (ancora) morta

La notizia che nell’ultimo trimestre dell’anno scorso si sono persi quasi un milione di posti di lavoro ha fatto molta impressione, anche se si limita a confermare il dato Istat sulla disoccupazione, arrivata all’11,6 per cento a febbraio. E’ un segnale negativo cui prestare attenzione, ma è errato trarne la conclusione che l’apparato industriale si sta sgretolando. Non è così e lo si desume dal turnover delle imprese: nel 2012 hanno chiuso i battenti 365 mila attività e ne sono nate 380 mila, nel 2011 invece ne sono sorte 388 mila mentre 340 mila sono cessate.
9 APR 13
Ultimo aggiornamento: 07:42 | 21 AGO 20
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La notizia che nell’ultimo trimestre dell’anno scorso si sono persi quasi un milione di posti di lavoro ha fatto molta impressione, anche se si limita a confermare il dato Istat sulla disoccupazione, arrivata all’11,6 per cento a febbraio. E’ un segnale negativo cui prestare attenzione, ma è errato trarne la conclusione che l’apparato industriale si sta sgretolando. Non è così e lo si desume dal turnover delle imprese: nel 2012 hanno chiuso i battenti 365 mila attività e ne sono nate 380 mila, nel 2011 invece ne sono sorte 388 mila mentre 340 mila sono cessate. Il ritmo del ricambio sta quindi rallentando e, dal momento che le imprese fallite hanno in media due addetti in più rispetto a quelle nuove, si sono persi circa 700 mila posti. Inoltre, solo una piccola parte di queste centinaia di migliaia di imprese cessate o nuove si può annoverare tra quelle “industriali”. Nel quarto trimestre del 2012, sono stati assunti 2 milioni e 270 mila addetti. Cioè 240 mila in meno rispetto a un anno prima, così suddivisi per settore: meno 200 mila nei servizi, meno 20 mila nell’edilizia, meno 20 mila scarsi nell’industria in senso stretto (dati del ministero del Lavoro). Stesse proporzioni per i 3 milioni e 200 mila addetti che l’anno scorso hanno perso il posto da lavoratore dipendente o parasubordinato per dimissione (2 milioni e mezzo) o licenziamento (700 mila). I servizi e l’edilizia hanno ridotto il personale per via della crisi dei consumi, la tassazione immobiliare, il calo dei lavori pubblici e le regole più stringenti sui “collaboratori”. Dunque il tessuto industriale non si è sfilacciato ma occorrono azioni concrete e non nuove tasse, tagli lineari o manovre contabili.